Cosa penso del liceo classico

Dal Blog

Questo articolo avrà la traduzione in italiano sotto perchè è un tema molto italiano e probabilmente persone di altri paesi faranno più fatica a capire il concetto.
Allora, in Italia abbiamo un tipo di scuola superiore in cui si studiano, oltre alle altre materie, il latino e il greco antico, è la scuola considerata più difficile di tutte e in teoria è quella che dovrebbe preparare meglio all’università. In passato era considerata la scuola per preparare le future classi dirigenti, vista la sua profonda impostazione umanistica ed elitaria.
Questo è anche il tipo di scuola che ho frequentato io. E tante mi volte mi sono detta, ma chi me l’ha fatto fare? Anche a distanza di anni (ormai ne sono passati quasi 10 da quando mi sono diplomata) spesso mi capita di ripensare a come questa scuola abbia avuto un impatto così grande sulla mia vita. E no, non si tratta di un impatto positivo.

Il liceo classico è circondato da uno stuolo di estimatori e sostenitori che lo difendono a spada tratta e da un’aurea elitaria, di scuola difficile, ma che poi ti apre tutte le porte. Ma quali porte, mi chiedo io, a parte quelle dello psichiatra? La frase che ho sentito più spesso quando si parla del liceo classico è che il liceo classico “ti da le basi”. “Sì, è difficile, ma ti da le basi, dopo questo puoi affrontare tutto. Si vede la differenza con le altre persone che hanno fatto altre scuole all’università, non hanno metodo di studio. Per non parlare degli stranieri, quanto sono superficiali e ignoranti quelli che non hanno passato i loro pomeriggi a fare versioni di Tacito??”

A dire tutta la verità io ho sempre di più la convinzione che tutti questi luoghi comuni, altro non sono che favolette che noi che abbiamo frequantato il classico ci raccontiamo per non doverci dire che abbiamo passato cinque anni della nostra adolescenza a farci il mazzo su cose in larga parte inutili, studiando argomenti non al passo con i tempi e, soprattutto, studiandoli in modo antiquato. Tre anni a studiare Dante! Per carità, il nostro Dante ha creato la lingua italiana e merita di essere studiato, non lo discuto, ma tre anni solo sulla Divina Commedia al liceo? Questa attenzione se la meriterebbe in un corso universitario, ma alle superiori sarebbe carino anche studiare qualche autore un pelino più moderno, invece il 900 viene in larga parte trascurato perchè non c’è tempo.

Il problema principale del curriculum del classico, secondo me, non sono neanche tanto le materie studiate, ma la loro distribuzione. Va bene fare un po’ di storia greca e romana, ma che senso ha sapere quanti peli nelle orecchie aveva Scipione l’Africano, se poi la Guerra Fredda è un buco nero e adesso facciamo fatica a capire cosa sta succedendo nel mondo? Non sono il tipo di persona che dice che la cultura umanistica non serve a niente e che bisogna solo creare dei lavoratori-automi perchè non lo penso affatto, ma alla fine dei conti, il liceo dura solo 5 anni e bisogna fare una selezione delle cose davvero importanti per poter dare una base umana e culturale. Davvero passare tutti i miei pomeriggi di ragazzina a fare una versione di latino sulle sedulae ancillae e una di greco sugli strateghi spartani era il modo migliore per diventare una persona completa e pronta ad affrontare le difficoltà? Davvero Iacopone Da Todi era una lettura imprescindibile per la mia formazione?

Sicuramente imparare il latino e il greco qualcosa mi ha dato (così come sono sicura che me l’avrebbe dato imparare l’antica lingua degli Inca, alla fine tutto, proprio tutto, ci lascia qualcosa), mi hanno aiutato ad imparare altre lingue straniere e soprattutto trovo che la letteratura antica fosse ricchissima di spunti e ancora molto attuale (a differenza di quella medievale), ma onestamente credo che sarebbe bastato studiarle per meno ore settimanali, riconoscere la loro importanza culturale, ma senza metterle così tanto al centro. Poi, se uno proprio vuole impararsi l’aoristo greco e a leggere in esametri, può sempre farlo all’università. È l’università, infatti, secondo me, il luogo appropriato per approfondire la conoscenza. La scuola superiore, innanzitutto deve aiutare le persone a costruire la propria identità, ad affacciarsi al mondo con curiosità e coraggio e per questo deve fornire una preparazione varia, critica, profonda, ma pur sempre con un fondo di pragmatismo. Perchè poi ci lamentiamo che a 18 anni i ragazzi non sanno quello che vogliono e si perdono? Ma la causa non è anche un po’ quella di aver passato gli ultimi cinque anni in luogo polveroso e pieno di insegnanti per lo più frustrati ed ignoranti in campo pedagogico?

Per quanto riguarda la mia personale esperienza al liceo classico, la cosa peggiore di tutte non erano neanche i contenuti studiati, che alla fine il loro perchè ce l’avevano anche, ma il modo in cui ci sono stati insegnati. La mia classe sicuramente era un po’ eccessiva rispetto alla media, ma quello che io a distanza di anni mi ricordo era il clima pessimo di competizione che si respirava, ricordo gente che a 17 anni piangeva per un 7 in matematica anzichè un 9, gente di 18 anni completamente esaurita psicologicamente, insegnanti che facevano a gara a chi era il più stronzo e a chi aveva il più ampio seguito di leccapiedi. Quando, dopo essermela sempre cavata, a 17 anni ho avuto un calo nel mio rendimento per via di malessere psicologico e problemi personali (cosa che durante l’adolescenza è normalissima) nessun insegnante mi ha chiesto come stavo o ha cercato di aiutarmi. E il loro lavoro era questo, non semplicemente insegnarmi la loro materia. Alla fine ce l’ho fatta, ma sono arrivata alla maturità stremata, in riserva di energie, e i primi anni della mia vita adulta li ho dovuti passare a cercare di sanare le mie ferite psicologiche accumulate durante l’adolescenza, invece di godermi davvero il presente. Se penso a tutte le mie conoscenze (non ho fatto uno studio statistico, mi sono limitata ad osservare), credo che chi abbia fatto una scuola estremamente pesante e difficile alle superiori, si affacci all’età adulta con un grosso macigno sulle spalle, invece che con una marcia in più. Molti dei miei amici del liceo, una volta finite le superiori hanno vissuto con il freno a mano tirato, con fatica. Probabilmente non sono gli unici e sicuramente non solo per colpa della scuola. Ma dentro di me credo che il fatto di essersi resi conto di aver sgobbato per cinque anni su cose poco utili per la vita pratica abbia avuto il suo ruolo in questo. 

Quando si sceglie la scuola superiore in Italia, siamo ancora molto piccoli, a 13 anni è difficle fare delle scelte ponderate. Io per esempio volevo fare il liceo linguistico, visto che ero molto appassionata di lingue, ma poi davanti alla smorfia di sdegno di mia madre (“tu le lingue le impari in un attimo, tanto vale che le studi dopo”) e al fatto che la mia migliore amica sarebbe andata al classico e che io ero la più brava della mia classe, mi sembrò la scelta più ovvia. Dopo solo un anno però avrei voluto cambiare perchè mi ero resa conto di essermi messa in un covo di serpenti e che quello che studiavo non mi piaceva molto. Mia madre però non era molto d’accordo e quindi alla fine, con fatica, sono andata avanti. Per quanto creda che sia inutile piangere sul latte versato, non posso negare di essermi pentita tante volte di aver fatto questa scelta e che, anzi, credo che abbia profondamente influenzato e appesantito i miei anni successivi. Tante volte mi sono domandata come sarebbero andate le cose se avessi fatto una scuola più leggera. Ma questa, ovviamente, è una domanda destinata a rimanere senza risposta.

Credo che ancora vada per la maggiore l’idea che sono le difficoltà a tirare fuori la forza della persona e che la sofferenza sia una grande maestra. Non discuto. Dal dolore si impara molto, ma non sempre si imparano cose positive, spesso l’insegnamento più grande che rimane è la paura. E sicuramente la difficoltà tira fuori la forza, ma non sempre. Intanto, dipende dal carattere di ognuno, ci sono persone che davanti al fallimento tirano fuori il lato migliore di sé (onestamente credo che queste siano una minima parte della società), gli altri invece ricevendo sempre solo il bastone e mai la carota, per lo più si abbattono e si convincono di non valere abbastanza. Inoltre, un conto è fare fatica per qualcosa per cui crediamo che ne valga la pena, un conto è sfiancarsi per nulla. Secondo me ogni cosa importante della vita richiede sforzo e dolore ed è fondamentale imparare a darsi da fare, ma bisogna farlo per quello che ci importa davvero, non solo per guadagnarci l’approvazione di genitori e insegnanti.

Poi è fondamentale rendersi conto che i tempi sono cambiati. Se cinquant’anni fa davvero il liceo classico ti apriva le porte, adesso senza università, master, esperienza lavorativa e soprattutto senza una forte motivazione, non ti da proprio niente in mano. Adesso sembra che per potersi meritare di essere pagati per lavorare uno debba come minimo essere candidato al premio nobel.

Non ho grandi risposte o soluzioni facili, ma sono convinta che il liceo classico, e in generale la scuola italiana, dovrebbero darsi una bella rinfrescata. Se avessi figli o fratelli più piccoli sicuramente gli sconsiglirei questa scuola e direi loro di dare priorità alla costruzione della loro persona invece che ai risultati scolastici. Poi per studiare c’è sempre tempo, trovare la propria integrità invece è una cosa che prima si fa e meglio si vive.

Ciao! Sono Eva.

Insegnante certificata di italiano e inglese per adulti, appassionata di lingue, letteratura e relazioni umane. 

Amo scrivere, viaggiare e mangiare. 

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