Recensione del libro: Mani nella terra di Lee Cole

Dal Blog

Ho letto questo libro in inglese, ma sono stata catturata dalla sua copertina italiana, durante una delle mie visite in libreria alla ricerca di ispirazione e nuovi titoli da leggere. A volte lo faccio: entro in libreria senza l’intenzione di acquistare nulla, solo per annotarmi dei titoli che mi ispirano per la mia lista di letture. Di solito preferisco finire ciò che ho già a casa prima di comprare nuovi libri.

Sono rimasta affascinata dalla copertina, con colori morbidi che mi hanno ricordato Edward Hopper e un’atmosfera di campagna. Una coppia davanti a un pick-up, un fucile nelle mani dell’uomo e la sua preda sul tetto dell’auto. Mi sto accorgendo solo adesso, mentre scrivo, di che cosa rappresenti davvero la copertina. Penso che ciò che mi abbia attratto di più siano state le vibrazioni da West americano e i colori delicati che evocavano estate e pace, in contrasto con la scena violenta che in realtà raffigura.

Poco prima delle elezioni presidenziali del 2016, Owen torna nella sua città natale vicino a Louisville, Kentucky, dopo alcuni anni di alcolismo ed eccesso di droghe, passati a girovagare per gli Stati Uniti. Non ha davvero un posto che possa chiamare casa, né abbastanza soldi per comprarne o affittarne uno, così si sistema nello scantinato del nonno, insieme allo zio repubblicano e asociale.

Owen, aspirante scrittore ma ancora senza chiarezza su cosa voglia davvero scrivere, trova lavoro come giardiniere e uomo tuttofare (da qui il titolo originale Groundskeeping) presso l’Ashby College. Lì incontra Alma, figlia di una famiglia emigrata dalla Bosnia, ma ormai ragazza dell’alta borghesia, già autrice di un paio di libri e presente all’università come scrittrice ospite.

I due si incontrano, girano intorno l’uno all’altra per un po’, poi iniziano una relazione e si innamorano. O, meglio, cercano di amarsi. (Vedremo meglio questo aspetto).

La trama ruota principalmente attorno a questo: una storia semplice, ma con tanti temi che mi interessano e che credo siano tipici della mia generazione.


L’amore moderno

La relazione tra Owen e Alma è senza dubbio il cuore del libro. Tra i due c’è un legame fin dal primo incontro. Si attraggono, nonostante le differenze di classe ed educazione, e iniziano una storia. Ma c’è sempre qualcosa che li trattiene, che impedisce al loro amore di decollare davvero.

Anche se non mi sono particolarmente piaciuti come personaggi – Owen per la totale mancanza di azione e una sorta di compiacimento per il suo passato da “cattivo ragazzo”; Alma per la sua arroganza, il suo amore per le idee più che per le persone e l’eccessivo individualismo – non ho potuto fare a meno di provare simpatia per loro e per la loro storia d’amore.

Credo che l’autore sia riuscito a rappresentare bene una visione realistica delle relazioni moderne, dove i sentimenti spesso arrivano dopo l’individualismo e le teorie, dove l’amore non è mai abbastanza forte da portare una trasformazione profonda in chi lo vive. Alla fine, restano due individui che preferiscono inseguire i propri “sogni” (ma non ci sono sogni senza un amore autentico per la vita e per gli altri) piuttosto che rischiare di perdersi nell’altro.

Molti di noi si rispecchieranno nella storia di Owen e Alma: silenzi, incomprensioni, discussioni più basate su questioni di principio che su una volontà di crescere insieme, un’incapacità finale di incontrare davvero l’altro nella sua contraddizione e umanità, invece di vederlo come una proiezione delle proprie idee o come una lista di requisiti da spuntare.

La sensazione generale che ho avuto riguardo alla loro relazione è la stessa che ho vissuto in molte storie d’amore della mia generazione (millennial/Gen Z): Che peccato! Perché non provano di più? Perché non si buttano? Perché non abbassano la guardia e si lasciano andare?

Un sentimento confuso, incapace di capire se ho perso un legame speciale o se ho solo immaginato un amore che in realtà non esisteva.

Le parole di Owen, quando si dicono addio, descrivono perfettamente questa sensazione:

“Volevo che avessimo una storia, essere come quegli amanti nei romanzi, che si incontrano in un tempo di conflitto, che lottano per stare insieme e vengono travolti dalla Storia. Ma non c’era nulla di grandioso in noi. Eravamo solo due piccole persone che avevano cercato di amarsi in mezzo al caos. Ora tutto stava finendo. Nessun trambusto. Niente grande chiusura.”

Un altro personaggio, Bonnie, la matrigna di Owen, forse perché appartiene a un’altra generazione, o forse semplicemente perché è malata terminale e ha quindi una chiarezza che noi perdiamo quando viviamo con l’illusione di avere ancora molto tempo davanti, dice:

“L’amore è semplice, […] Le persone cercano di renderlo complicato, ma è molto semplice. Te ne renderai conto quando starai morendo.”


Scrittura vs lavoro manuale. Il ruolo della scrittura

Entrambi i protagonisti scrivono. E si definiscono attraverso la scrittura. Alma è già una scrittrice e scrive della sua esperienza di immigrata (anche se privilegiata). Owen non sa di preciso su cosa scrivere, ma sa che vuole diventare scrittore. La scrittura dà a entrambi un senso di identità che altrimenti non avrebbero. Eppure, spesso mi è sembrato che godessero di più nel parlare di scrittura e nel definirsi scrittori, piuttosto che nello scrivere davvero.

La scrittura può dare uno scopo e un senso di appartenenza quando scrivi perché hai qualcosa da dire, ma può anche illuderti di essere qualcuno solo perché “scrivere è cool”, anche quando non hai molto da dire. Non so se Owen e Alma abbiano trovato davvero la loro voce.

Per Owen, scrivere è anche una questione di status sociale, in contrasto con il lavoro manuale da giardiniere. Le Mani nella terra (questo il titolo italiano) sono ciò che gli dà davvero uno stipendio e un contatto umano concreto con i suoi colleghi.

Alma è già “qualcuno” perché scrive, ma per buona parte del libro la vediamo in difficoltà con la scrittura: teme di aver finito le parole, di esporsi, di essere raccontata da qualcun altro. Quando Owen scrive di lei, va su tutte le furie. Certo, lui è stato superficiale, ma ciò che mi ha colpito è stato il suo terrore di essere davvero vista da qualcuno.


La ricerca di una casa

“Ho sempre avuto lo stesso problema. Quando sono a casa, in Kentucky, voglio solo andarmene. Quando sono lontano, ho nostalgia di un posto che non è mai esistito.”

E qui arriviamo al mio tema più caro e probabilmente al motivo per cui questo libro mi ha attratta: la ricerca di una casa, specialmente nella letteratura americana.

Per alcune persone, sentirsi a casa è una vera e propria ricerca. Qualcosa che cerchi nelle persone, nei luoghi, nelle azioni e, in questo caso, nella scrittura.

In questo libro, casa non è un luogo, ma un desiderio. Owen non è cresciuto sentendosi “a casa”, così vaga per il Paese e cerca di fuggire da se stesso con alcol e droghe, per poi tornare infine nella città natale e alle radici, senza però trovare il senso di appartenenza che cercava. Ma non puoi sentirti a casa in nessun posto finché non ti permetti di esserlo dentro di te.

“Non vivevo a casa di Pop. Non vivevo nemmeno qui. C’erano solo rifugi temporanei, e lo erano sempre stati. Mi chiedevo quando, nella mia vita, avrei avuto diritto a chiamare un posto ‘mio’.”

Alma ha una famiglia affettuosa e radici solide, ma da immigrata è difficile appartenere a un Paese nuovo, e anche lei è ancora alla ricerca di qualcosa di più stabile e forte, di un’identità che le dia finalmente il diritto di sentirsi parte di qualcosa.

Stabilità, esplorazione, casa. È una domanda che mi pongo anch’io, quando penso al mio senso di appartenenza. Ma, in fondo, sembra il dilemma dell’uovo e della gallina: chi viene prima?

“Penso che tu debba decidere di fermarti da qualche parte prima di avere dei figli. Forse però hai capito al contrario, mi disse. Forse ti fermi perché hai dei figli, non per averne.”

Owen e Alma avrebbero potuto appartenersi l’uno all’altra, ma alla fine preferiscono continuare la loro ricerca da soli, il che è senza dubbio più difficile.


Conclusioni

Mi ci è voluto molto tempo per finire questo libro e altrettanto per scrivere una recensione dopo averlo concluso. L’ho amato perché ha risuonato con molte cose importanti della mia vita ed è ambientato in un luogo che ho visitato di recente. Ho amato questa storia anche se non ho amato i personaggi – e forse proprio per questo. Per qualche motivo li ho pensati come persone reali e mi sono arrabbiata con loro per le loro scelte, come se fossero degli amici. Ma, alla fine, non posso fare a meno di provare compassione e affetto per loro, perché vedo le loro lotte interiori.

Il mio voto: 8

Ciao! Sono Eva.

Insegnante certificata di italiano e inglese per adulti, appassionata di lingue, letteratura e relazioni umane. 

Amo scrivere, viaggiare e mangiare. 

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